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domenica 12 luglio 2020

Hel protettrice dei bambini?

Premessa
Questo articolo si riferisce alle discussioni nate sulla pagina Facebook ufficiale nel post riguardante la festa di Hel e della sua presunta protezione sui bambini qui e con un primo chiarimento qui. Tale articolo è riproposto in toto qui.
Non mi piace tornare sugli argomenti che ritenevo chiusi, perciò, credetemi, sto facendo un grande sforzo. Mi si perdoni inoltre questa ulteriore precisazione, resasi necessaria perché alcune persone sono incapaci di capire la differenza tra dogma e religione, e tra divinità e archetipo. E in questi casi io dico sempre che tanto valeva rimanere cattolici, se è questo il modo con cui abbracciate la spiritualità (che spiritualità poi, se vi esprimete solo con odio, insulti e bestemmie - che ho dovuto cancellare dalla pagina. Complimenti per la "maturità").
Innanzi tutto voglio chiarire che io non sono una studiosa di mitologia norrena, bensì una studiosa di culti antichi e di festività precristiane, perciò non ho la pretesa di avere la verità in mano su un mito norreno, ma di certo conosco bene i meccanismi del sentimento magico-religioso antico.

Come già spiegato nel post precedente, non ci sono documenti storici che descrivano appieno la complessa e multisfaccettata idea divina di Hel, che gli studiosi ritengono possedesse e che testimonia un passato, quello norreno, denso di una spiritualità femminile preponderante, messa poi a tacere dal processo patriarcale, manifestatosi qui esattamente come nel resto della cultura mondiale.

Hel era certamente molto più profonda di come la conosciamo dalle saghe - unici documenti da cui sappiamo di lei. E come è ben noto le saghe non costituiscono affatto un documento storico approfondito perché, per loro stessa natura e per quanto ricche di metafore possano essere, sono poemi non particolarmente antichi, risalenti all'alto Medioevo (1100-1200) con alcuni passi che probabilmente possono essere fatti risalire a non prima del IV sec. d.C.. Dunque, la maggior parte della mitologia germanica, trasmessa oralmente, è andata persa (parole degli studiosi, non mie) e quello che sappiamo sugli Dèi norreni e sulle loro feste è appena la punta di un grosso iceberg.

Come già accennato nel post precedente, molte divinità arcaiche connesse agli inferi, detenevano anche la protezione sugli infanti, per esempio Hekate Kourotrophos (allevatrice di bambini). O la punica Tanit dea connessa alla fertilità a cui venivano affidati i bambini morti. E, ancora, Cerere/Demetra, Gea, Tellus, ecc... tutte divinità con la duplice valenza di protettrici dei bambini e aspetti ctoni che provengono dal loro regno: la Terra. La terra fertile, concetto che si estende alla fecondità umana, e la terra infera, che accoglie i morti. Volete il collegamento con Hel? Il suo nome significa "gelida" perché l'Helheim è un regno ipogeo ghiacciato (hel è correlato anche a hall: luogo coperto), perennemente avvolto nell'inverno; e come definireste la terra del sottosuolo in inverno, se non gelida? E non è forse da sottoterra che i semi spuntano a nuova vita?
Ogni mito antico possedeva l'idea che l'inumazione rendesse i cadaveri come semi piantati che in primavera sarebbero rinati; quello norreno non faceva eccezione.

Ma di certo non mancano altri esempi di dee infere protettrici dei bambini, e il motivo, come sempre, va ricercato nella logica storica: anticamente i bambini morivano molto più di frequente rispetto a oggi e dunque l'idea di una divinità che li accogliesse negli Inferi per accudirli così come avrebbero fatto i genitori, prese piede molto presto, quale conseguenza (antropo)logica del sentimento religioso dell'epoca. Infatti Hel non uccideva nessuno, a lei i morti venivano affidati. Ne consegue che "scopa o rastrello" sia un concetto medievale.

Ora: sappiamo che Hel era una divinità che donava la vita e la morte, ed essendo una dea arcaica, alcuni storici avanzano l'idea che possedesse - almeno in principio - le caratteristiche di dea madre, perdutesi progressivamente nel tempo. Ma non del tutto, come si legge nel passo di Jacob Grimm, qui in foto.
D'altronde Hel era la reggente dell'omonimo regno infero dove finivano tutti coloro che non potevano accedere al Valhalla: le donne, chi moriva di morte naturale e, ovviamente, anche i bambini.

Nello specifico Jacob Grimm teorizza che Hel (a cui si riferisce qui come Halja, la forma teorizzata proto-germanica del termine) è essenzialmente "l'immagine di una divinità femminile avida, inquietante" e che "più in alto ci è permesso di penetrare nella nostra antichità, il meno infernale e più divino potrebbe apparire Halja. Di questo abbiamo una garanzia particolarmente forte nella sua affinità con l'indiana Bhavani, che viaggia come Holda, ma è anche chiamata Kali o Mahakali, la grande dea nera [protettrice dei bambini, ndr], che negli inferi si suppone giudichi le anime: questo suo ufficio, il nome simile e la tonalità nera [...] la rendono estremamente simile a Halja. E Halja è una delle concezioni più antiche e comuni del nostro paganesimo teutonico."

Non è tutto. C'è un particolare molto importante, spesso ignorato, che però ha un grosso valore per l'argomento in essere: Odino assegna il regno infero a Hel quando questa è ancora una bambina. Che tradotto significa: in principio il regno infero era governato da una bambina.
Ecco quindi un ulteriore tassello al quadro generale e, credetemi, non è uno di quei dettagli da poco.
A questo proposito si veda qui sotto l'opera di Lorenz Frølich del 1906 dove Hel bambina viene accompagnata presso Odino per ricevere il suo regno.

Parlando con alcuni utenti mi è stato detto che anche nella loro esperienza ci sono state letture in cui si faceva riferimento a Hel quale protettrice dei bambini: tutte letture di qualche anno addietro, probabilmente di origine neopagana.
Difatti, con questo post, non voglio insistere dicendo che "sicuramente" Hel possedeva tale caratteristica, ma semplicemente esporre i fatti oggettivi per cui non si può escludere un suo coinvolgimento nell'argomento.
Come già detto non abbiamo documenti che lo mettano nero su bianco, ma è come dire che immergendo un bicchiere in mare e non trovandoci nessun pesce, si deducesse che il mare è privo di forme di vita. I documenti che non ci sono giunti non possono essere una prova del fatto che Hel non possedesse, al pari delle sue controparti indo-slavo-greco-romane, la protezione sui bambini.

Il dogma è una cosa, la logica storica è un'altra. E devo dire di essere rimasta molto delusa dalla quantità di persone che si sono dimostrate dogmatiche nonostante si dichiarino pagane, consigliando a me di documentarmi...
Bene, la mia parte l'ho fatta e mi sembra di essermi documentata abbastanza (qui di seguito la bibliografia). Ora però aspetto che quelle persone così tanto sicure delle proprie ragioni, tanto da insultarmi, portino altrettanti documenti in cui si dice chiaro e tondo che Hel non possedeva un legame con la protezione sui bambini.
Buona fortuna.
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"Teutonic Mythology" di Jacob Grimm
"Sulle religioni. Documenti della storia universale" di Cesare Cantù
"Edda in prosa" di Snorri Sturluson
"Donne che corrono coi lupi" di C.P. Estés
"La Dea Bianca" di Robert Graves
"Skirophorion 2789" edito da Hellenismo
(da questa biblio mancano una decina di testi in cui si spiega come il concetto di terra si legasse ambivalentemente ai bambini e alla morte, così su due piedi: "Misteri Etruschi", "Il grano e la Dea" e "Il ramo d'oro" di Frazer) 


https://www.etymonline.com/word/hell#etymonline_v_9125
https://www.etymonline.com/search?q=hall
http://www.wyrdwords.vispa.com/goddesses/hel/prose.html
https://en.wikipedia.org/wiki/Hel_(being)
https://it.wikipedia.org/wiki/Mitologia_norrena
https://it.wikipedia.org/wiki/Valhalla
https://it.wikipedia.org/wiki/Hel_(divinità)
https://it.wikipedia.org/wiki/Hel_(regno)
https://storia-controstoria.org/personaggi-e-miti/frau-holle-divinita-femminile-della-terra-che-passo-dallinverno-allinferno


Immagine di Lorenz Frølich:
https://en.wikipedia.org/wiki/Hel_(being)#/media/File:Loki's_children_by_Frølich.jpg

martedì 26 maggio 2020

Nostra Madre Serpe - nuovo articolo su Academia

Da oggi è scaricabile gratuitamente il mio saggio breve intitolato "Nostra Madre Serpe. Ovvero la figura totemica del serpente nei culti femminili e la sua demolizione fino all'ideale mariano." dal portale Academia, all'indirizzo: https://www.academia.edu/43169517/Nostra_Madre_Serpe

Si tratta di una panoramica cronologica delle divinità femminili legate al serpente e, dunque, alla rigenerazione, alla guarigione, alla medicina e alla fertilità, con uno sguardo sulla mistificazione da parte del patriarcato e di come si sia giunti all'attuale situazione moderna.

Buona lettura.




martedì 28 aprile 2020

Il formaggio della dea Luna



A leggere la frase pronunciata nel fumetto sembra quasi di trovarci di fronte a una reclame degli anni '60 e invece no: sono le parole dell'illustre poeta epigrammista romano Marco Valerio Marziale, proferite a proposito del formaggio che al suo tempo si produceva nel Lunensis Ager, cioè l'odierma Lunigiana.
A quanto pare il nostro Marziale era un vero estimatore di questo formaggio tipico lunigiano e, secondo lui, era un alimento molto nutriente adatto in particolar modo ai lavoratori. Infatti nella sua frase "Caseus segnatus imagine etruscae lunae praestabit mille prandia pueris tuis" (cioè la frase tradotta nell'immagine qui sopra), per "ragazzi" intende i garzoni della bottega che, per fare la pausa pranzo, mangiavano qualcosa portato da casa... esattamente come spesso accade oggi.

Ma perché il formaggio che si produceva lì aveva il simbolo della luna impresso?

Come suggerisce la radice del nome, il Lunensis Ager - cioè il "campo della Luna", era la zona intorno all'antica città-porto chiamata Luna (oggi Luni, in provincia di La Spezia).
Anticamente era un porto particolarmente utilizzato da Greci ed Etruschi che lo avevano intitolato a Selene, la dea della luna greca. Quando divenne una colonia romana fu ribattezzata con il nome latino della dea Luna, la cui falce divenne una sorta di logo per i prodotti caseari. E, chissà, magari anche per tutti gli altri, visto che a Luna si produceva ottimo vino, tanto che Plinio il Vecchio diceva che "il vino di Luni ha la palma tra quelli dell'Etruria".

Ma forse quello del nome della città non è l'unico motivo. Io immagino qualcosa di più preciso: pensate alla forma tonda e chiara dei formaggi appena fatti... bianchi e rotondi come la luna piena! D'altronde se la torta di compleanno con la panna e le candeline deriva dalla tradizione greca per Artemide, perché il formaggio non dovrebbe derivare dalla nostra dea Luna?
Credo che farò le dovute ricerche in merito. 

Quello che forse vi starete chiedendo è che tipo di formaggio fosse. Era fresco o stagionato? Bovino o caprino? In forme grandi o piccole?
Secondo uno studio del 2017, firmato dall'Accademia Nazionale della Cucina, quello di Luni sarebbe niente poco di meno che un antenato del moderno Grana Padano. Naturalmente è solo una teoria per il momento, ma qualche indizio ci sarebbe. Quando Marziale nei suoi resoconti afferma che si potevano fare "mille pranzi", intende dire che le forme erano molto grandi e per questo potevano fornire tantissime porzioni. Un secondo indizio sarebbe proprio la marchiatura della luna: che sia da lì che arriva la tradizione di apporre il famoso marchio sulle forme di grana?
Solo il tempo saprà risponderci.


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Testo protetto da Copyrighted e Creative Commons

Crediti
Concept grafico di mia ideazione
Illustrazione di sfondo: Slow Travel Fest
Immagine di Marziale di pubblico dominio
Foto del formaggio tratta dal sito del Caseificio San Rocco e modificata

Fonti
https://www.romanoimpero.com/2010/06/luni-liguria.html
https://www.lanazione.it/sarzana/cronaca/grana-padano-1.3500293

martedì 11 febbraio 2020

Scoperta in Romania la “Venere di Piatra Neamț” - ha 17.200 anni


Una scoperta epocale fatta da uno studente di liceo rumeno: una statuetta enigmatica, di oltre 17.200 anni. È l'unico trovato intatto in tutto il mondo negli ultimi 100 anni. Inoltre, è la statua paleolitica più importante in Romania e nell'Europa sud-orientale.

In Europa, molte di queste statue sono state scoperte nel tempo e furono genericamente chiamate "Veneri". Oltre al nome, viene aggiunta la città da cui provengono. Pertanto, quello scoperto in Romania è "di Piatra Neamț". La sua "sorella" più famosa è austriaca è la "Venere di Willendorf".

Realizzata in arenaria, la "Venere di Piatra Neamț" misura solo 10 cm. Non ha fisionomia, ma una sorta di acconciatura; la sua faccia è spesso chiamata "aliena" ilp erché è piuttosto evidente. 


La statua è stata scoperta il 21 giugno dell'estate scorsa, quando i ricercatori Marin Cârciumaru, Elena Cristina Nittu e il loro team stavano lavorando in un'area vicino alla città di Piatra Neamț dopo che il sito era stato gravemente colpito dalle inondazioni nella seconda decade di giugno.

Il primo a notare la statuetta nel fango e ad appoggiarci una mano è stato uno studente di 19 anni, Andrei Șmeu. Il ragazzo, del Collegio Nazionale "Petru Rareș" di Piatra Neamț, aiutava gli archeologi durante il suo tempo libero. “Ho trovato una statua! Sembra Willendorf! Ha una pettinatura ”, ha esclamato Andrei.

"Ha un certo valore simbolico come tutte quelle statue rese in forma opulenta, cioè i glutei e i seni altamente sviluppati, così come il fatto che non ci sono dettagli sulla testa, ma solo quelle parti anatomiche del corpo che sono in relazione alla fertilità. Dunque era certamente un simbolo di abbondanza, una Madre Sacra che proteggeva clan."


L'età della statua è di circa 17.200 anni, stabilita al Carbonio 14 a seguito di analisi eseguite in uno dei migliori laboratori del mondo, alla Beta Analitic, negli Stati Uniti. La stessa età fu stabilita anche da un complesso laboratorio a Magurele.

La statuetta, che fa parte del tesoro rumeno, ora può essere ammirata al Museo dell'evoluzione e della tecnologia umana nel Paleolitico di Târgoviște.

I ricercatori affermano che nel Paleolitico gli artisti iniziarono a realizzare sculture di donne, la maggior parte delle quali obese. Oltre 100 di questi sono stati scoperti dagli archeologi dalla Siberia alla Spagna. Qualcos'altro da tenere a mente: la maggior parte delle figure umane, realizzate tra il 30.000 e il 5.000 a.C., sono donne. Più precisamente, il 90%. E, senza eccezione, sono tutte donne esagerate. Gli storici affermano che queste statue sono rappresentative del tempo in cui furono realizzate, in cui la società umana era matriarcale. Cioè, le donne svolgevano il ruolo più importante nelle comunità.

Le forme esagerate esprimevano l'idea della maternità, dell'abbondanza e della fertilità. All'epoca, la prole era stabilita sulla linea materna, essendo la madre la più importante. Inoltre, il grasso, contrariamente a ciò che consideriamo oggi, è stato una forma di bellezza nella maggior parte delle culture del mondo.


Un'altra caratteristica di tutte le statue "Venere" è l'assenza del volto, su questo aspetto, gli specialisti non sono stati in grado di stabilire una spiegazione [anche se la spiegazione più probabile è che si voleva concentrare il focus sulle fattezze fertili, anziché sull'individualità, ndr].



Tratto e tradotto dall'originale articolo di Robert Gombos.

mercoledì 17 ottobre 2018

Tre nuovi video

Sul mio canale video ho caricato tre nuovi video molto diversi tra loro.


Il primo riguarda lo spettacolare complesso architettonico della Scarzuola, la cittadella esoterica situata in Umbria, realizzata negli anni 50/60 dall'Architetto milanese Buzzi. Nel video c'è una breve e particolare prensentazione del tour a cura di Marco Solari, nipote ed erede del Buzzi.

Scarzuola esoterica: introduzione di Marco Solari.



Il secondo è un video musicale di rilassamento ispirato alle sonorità acquatiche. L'ho realizzato in una giornata in cui necessitavo di relax e di ricarcarmi. Il suono dell'acqua miscelato con la musica ambientale è un toccasana. Ascoltatelo tutte le volte che ne sentite il bisogno.


 

Il terzo e ultimo video è l'Inno a Nikkal, un componimento melodico composto dal popolo Hurrita intorno al 1400 a.C. e dedicato alla dea Nikkal, patrona dei frutteti. E' stato scoperto a Ugarit (Siria) negli anni '50 e recentemente riprodotto da Micheal Levy, musicista e studioso di melodie antiche.
 


giovedì 23 ottobre 2014

Madre Serpe: la figura totemica del serpente nel culto della Dea

Simbolo dell'eterno divenire, degli antichi saperi e della potenza creatrice umana, il Serpente Cosmico ci accompagna tra le spire del nostro stesso DNA, concedendoci la preziosa visione di un futuro basato sulla Conoscenza e sull'evoluzione spirituale.

Il 2013 è stato l'anno del Serpente nel calendario orientale, è la sua figura è particolarmente importante anche lì:
"Un individuo nato in questo periodo è il più saggio e il più affascinante tra tutti. Tali individui sono dei pensatori, ai quali piace vivere bene. Ai Serpenti piacciono i libri, la musica, i vestiti, il cibo raffinato e il vino; ma la loro passione per le cose più raffinate, la loro innata grazia ed eleganza li porta a evitare le frivolezze, le menti grette e le conversazioni inutili. I Serpenti hanno uno speciale talento che li porta a giudicare le situazioni nel modo corretto. Sono sempre attenti a nuove idee e possibilità su cosa fare e su come svolgere qualsiasi cosa, inseguendo il loro intento con grande persistenza. Essi sono pazienti e compassionevoli nei confronti degli altri quando c'è bisogno di dare una mano, e di fronte a dilemmi, i Serpenti agiscono con velocità e convinzione, in quanto pensano intensamente a ciò che fanno e raramente perdono tempo o energia in progetti poco attuabili."

Ai nostri giorni però, pieni di preconcetti e falsi miti, la figura del serpente risulta sempre un po' controversa. C'è chi lo ama dal punto di vista naturalistico e chi per la sua immagine di selvaggio e proibito. C'è poi chi lo odia o lo teme per paura, certamente, e spesso per ignoranza.

Siamo cresciuti in una società che ci ha sempre inculcato, con metodi più o meno s-corretti, che i serpenti sono animali da evitare, da temere, spesso - purtroppo - da uccidere. La superstizione popolare li associa da sempre a tutto ciò che è malefico o sbagliato: "Quella lì è una vipera!" - oppure - "Che gentaccia... è un covo di serpi". E via dicendo.
Tutta questa demonizzazione fa parte dell'eredità antica lasciataci da chi voleva stroncare la meravigliosa idea di simbolo di perfezione e fertilità che il Serpente possedeva in tempi arcaici. Si è volutamente cercato di rendere malvagio al di sopra della sua stessa natura biologica oggettiva un animale legato alla guarigione, alla spiritualità totemica e shamanica, al grande potere di generare dal nulla e di portare alla conoscenza. Una spietata campagna denigratoria durata secoli e che ancora oggi sentiamo riecheggiare nel nostro vissuto quotidiano.

Un bellissimo articolo ci spiega come e perché è avvenuto tutto questo e cerca di ridare la giusta valenza positiva ad un animale bellissimo, importante ed ingiustamente preso in causa.


Madre Serpe: la figura totemica del serpente nel culto della Dea

di Monica Casalini 

Strisciava fra le fra le canne del delta del Nilo, fluttuando fra i loti che spuntavano dalle acque del fiume sacro; era predatore e pur non avendo ali deponeva le uova come gli uccelli.
Era il cobra reale e agli uomini del periodo predinastico dovette sembrare semplicemente sovrannaturale: unico a saper allargare il cappuccio costale, maestoso e sinuoso nell’avanzare, in grado di rigenerarsi e terribilmente pericoloso. Furono queste le caratteristiche principali che lo fecero identificare subito come una divinità, o meglio, la primissima idea del divino in quella zona.

Dei, uomini e animali.
Come sappiamo il pantheon egizio è in larga misura composto da divinità animali, perché anticamente erano loro le figure viventi più comuni, dopo l’uomo, e ogni loro caratteristica si adattava perfettamente agli aspetti della vita umana, proprio perché anch’essa forma animale. Dobbiamo ricordare che il periodo predinastico inizia in un tempo indefinito della preistoria egizia e che viene fissato per convenzione intorno all’anno 4000 a.C. Ciò significa che a quel tempo la vita umana era molto più semplice (anche in termini di ingenuità intellettiva) e legata in maniera simbiotica con la terra e il ciclo naturale da essa derivante. In altre parole, la gatta che partoriva due volte l’anno dai 4 ai 6 cuccioli era ovvio sinonimo dell’aspetto materno; la vacca che forniva tanto latte era l’allegoria dell’allattamento; mentre animali feroci come il leone o il coccodrillo simboleggiavano caratteristiche guerriere e distruttive. E, neanche a dirlo, lo sciacallo che si nutre di carcasse divenne chiaro aspetto della morte.
Tuttavia queste similitudini, poi attribuite agli Dei, vennero formulate in un secondo momento. Invece l’osservazione del cobra avvenne molto prima, probabilmente anche prima del 4000 a.C.
Ma è chiaro che la sua evoluzione fu così sentita e fulminea che si espanse in pochissimo tempo in tutto il mondo conosciuto. Vediamo una breve panoramica.

Klimt - Hygeia
La dea serpentiforme
Una delle caratteristiche del cobra che abbiamo visto all’inizio fu determinante perché tale animale venisse attribuito per sempre e in ogni cultura alla Grande Dea Madre.
Il serpente, a differenza di tutti gli altri rettili, cambia pelle periodicamente. Questo avviene per necessità, quando cioè il serpente sta crescendo e quindi si libera della muta che lo costringe e ne limita il movimento. La muta fu vista come un fenomeno estremamente raro e straordinario e accese negli uomini l’idea che questa mutazione fosse la diretta conseguenza della rinascita del serpente dopo la sua stessa morte. La pelle era la testimonianza fisica che il serpente era uscito incolume dalla morte lasciando a terra il suo vecchio corpo.
La capacità di far uscire un corpo da un altro è presente solo nel genere femminile, tramite il parto, perciò il collegamento fu presto elaborato e censì indissolubilmente la reciprocità fra le due figure per millenni.
Le grandi Dee esistevano da tempo remoto (le Veneri hanno più di 40.000 anni) e il loro compito di generatrici era più che condiviso da tutto il mondo arcaico. Ma esse non erano affatto semplici figure legate ad una generica “fertilità” come vorrebbero gli archeologi più conservatori. Ormai è un fatto assodato che esse esplicassero la funzione di ogni forma divina, spirituale e religiosa nel senso più ampio del termine. Esse erano libere, fiere e selvagge, erano madri e al contempo vergini, erano creatrici e distruttrici, sovrintendevano alla vita e alla morte, semplicemente rappresentavano l’equilibrio duale di ogni cosa… insomma erano il Tutto.
Con questa nuova idea di connubio diretto con il rettile, ecco che si arricchisce l’iconografia in maniera sempre più complessa e soprattutto totemica. I serpente diviene la Dea stessa e viceversa: sono la stessa cosa e condividono i poteri, le fenomenologia e qualsiasi altro concetto ad essi legato.

In Egitto
La Dea Cobra egiziana ebbe diversi nomi e diverse rappresentazioni e nel tempo acquisì storia e iconografia sempre più complesse: la sua prima immagine fu semplicemente quella di un cobra, poi di un cobra alato, oppure un cobra che tiene il disco solare fra le sue spire o in testa. Successivamente venne rappresentata come un serpente alato con la testa di donna e infine con l’intero corpo di donna.
Wadjet
Anche il nome cambiò insieme alle rappresentazioni: all’inizio si chiamava Wadjet e successivamente Ua-Zit, ma mentre il primo ha il significato di “serpente divino”, il secondo vuol dire “colei che ha il colore del papiro”, ovvero il verde. Dal nome Ua-Zit derivò Au-set, più tardi Sothis e infine Isis, ovvero Iside, il cui significato è “trono”: infatti suo figlio Horus siede su di lei come se fosse un trono. Questo aspetto la dice lunga anche sulla trasformazione degenerativa del potere isiaco in virtù del nuovo potere maschile dovuto all’avanzare del patriarcato.
E anche la storia si arricchì di elementi diversi: in epoca tarda, non avendo testi sacri così antichi che raccontassero la sua trasformazione attraverso i secoli, Auset/Isis fu raccontata come la figlia di Ua Zit, pur mantenendo i poteri creativi del serpente. Per questo motivo Iside porta un serpente in testa, all’altezza del terzo occhio: è la kundalini che si dispiega e dona il risveglio del potere femminile.
In seguito Ua Zit si trasformò da cobra a stiletto di bambù per fissare i glifi sul papiro: ovvero inventò la scrittura; infatti nei geroglifici il cobra significa “Dea”.

La Dea Cretese dei Serpenti
Dea Cretese
Nasce in età minoica (1500 – 1600 a.C.) e probabilmente rappresenta il culmine del culto della Dea Serpente.
Si tratta di una donna riccamente abbigliata, con il seno in mostra, due serpenti nelle mani e un copricapo sormontato da un gatto. L’abbigliamento tipico delle donne cretesi era più o meno questo, tranne che il seno veniva esposto soltanto durante i rituali religiosi, mentre il resto del tempo era certamente coperto. Il seno esposto sta ad indicare la fertilità della donna, connessa – ovviamente – ai due diversi animali che la adornano. La ricchezza del vestito e le elaboratissime balze indicano la grandezza della divinità.
Le braccia sono in avanti (o del tutto aperte in altre statuine simili), il che ci ricorda moltissimo la “posizione della Dea”, ovvero il “Drawing down the Moon”, tipico di Tanit e di moltissime altre divinità, arrivato sino ai giorni nostri (avete presente la posizione della preghiera cristiana… quella in cui anziché congiungere le mani, si aprono verso il cielo…).
I due serpenti sono un chiaro riferimento alla creazione-rigenerazione, come ben sappiamo, e si rifanno a tutta quella cultura sciamanica arcaica dove la donna era un serpente. Sciamanicamente parlando il serpente non era un semplice animale totemico simbolo della donna, bensì era la donna che si faceva serpente per utilizzare i propri poteri divini. D’altronde basta guardarla in viso: sguardo fiero, dritto a sé, deciso di chi possiede la conoscenza, esattamente come le donne del tempo, rispettate e venerate.
Questo ha portato a pensare che la statuina non indichi una divinità, ma una sacerdotessa. A parte il fatto che i due concetti all’epoca erano praticamente la stessa cosa, occorre sottolineare che tutte le altre figure di sacerdotesse, hanno vesti meno elaborate, si toccano il seno e non hanno in mano serpenti (che è una bella differenza).
Infine il gatto in testa, che collega ancora la Dea all’idea di procreazione e fertilità. Molto simile all’estetica egiziana, in questo caso, con cui ha certamente condiviso molti aspetti, non solo religiosi ma anche stilistici.

Grecia: serpi curatrici e pitonesse oracolari
Sono diversi i serpenti che fanno capo alle divinità greche. La più conosciuta è probabilmente Ygeia (o Igea), dea della guarigione e della salute rappresentata come una giovane sinuosa stretta nelle spire
Simbolo della Farmacia
del rettile. In questo pensiero-forma il serpente esplica le sue doti naturali di rigenerazione che per estensione diventano potere guaritore. E non solo: il veleno dei serpenti era già conosciuto anche per alcune doti medicali, altro elemento quindi che avvalora la tesi. Da sottolineare che è proprio da questo culto che proviene l’odierno simbolo della farmacia: un serpente avvolto intorno al un bastone o ad una coppa. Ygeia è una curatrice che rende forza e salute a chi la invoca, attraverso la sua intima parentela reptante e nei templi in cui operavano le sue sacerdotesse, gli iniziati si recavano a dormire per avere i sogni guaritori. Il sogno era un metodo per ricevere oracoli dagli Dei. In altre parole, sognare era di fatto un “parto”.
E a proposito di “oracoli” una pitonessa importantissima in tutto il mondo antico fu Pito, colei che dall’oscurità del grembo templare di Gea, donava premonizioni e visioni alle Pizie di Delfi. Quello che oggi è conosciuto come il tempio di Apollo a Delfi, fu in realtà un’usurpazione in piena regola da parte dei sacerdoti di Apollo ai danni delle sacerdotesse di Gea. In epoca antichissima il sito delfico era preposto al culto massimo della dea della Terra e alla sua controparte totemica: la pitonessa Pito. Le Pizie (che appunto prendono il nome dal serpente e che mantennero anche successivamente) erano le note sacerdotesse che in stato di trance elargivano oracoli criptici ai pellegrini che lì giungevano da mezza Europa e da tutto il medioriente.
E’ Pito che si stringe attorno all’Omphalos, ovvero l’uovo cosmico ancora oggi visibile nel sito archeologico di Delfi. Lei è la guardiana dell’utero di cui è medesima manifestazione totemica.

La bella Ganga indù
Ganga
E’ la divinità indù personificazione del fiume Gange, il fiume sacro, vita stessa dell’India e madre del popolo. Nelle varie raffigurazioni il serpente la cinge al collo come un colier e le si posa accanto alla guancia, al pari del viso, come a dire che il volto è lo stesso: è donna e serpe. In alcune riproduzioni è in piedi su un drago marino, mentre in altre è in piedi o assisa su di un coccodrillo, una tartaruga o un pesce; in tutti i casi si tratta di un rettile d’acqua (ricordiamo che anticamente i pesci erano accomunati ai rettili e in Oriente la carpa che risale il fiume sacro, alla foce si trasforma in Drago). Spesso è attorniata da sirene con il Serpente Naga in testa. In alcune raffigurazione è retta su di una conchiglia, cosa che richiama alla mente i successivi culti delle Menadi, di Afrodite e in ultimo della Madonna.
Ha in mano una sciabola, simbolo di forza, ma nella maggior parte delle rappresentazioni Ella regge un loto ed una coppa. In altre ha persino 4 braccia come Kali (divinità shakti per eccellenza, anch’essa legata ai serpenti).
Ma sono i rettili a richiamare le sue doti più alte: drago e serpente sono la duplice affermazione della sua natura di trasformatrice. Lei è il fiume che nutre la terra da cui la vita è nata; Lei è sostegno per i campi e per il commercio fluviale; Lei accoglie i corpi dei deceduti rendendoli alla prossima vita ed è qui che espleta il suo compito di rigenerazione. Acqua e sangue. Ganga è la Serpentessa che genera la vita e che se la riprende; colei che decide argini gonfi d’acqua o secche improvvise.
E’ una divinità primigenia, anche se nei secoli il Gange venne attribuito a Shiva (nasce dai suoi capelli), tuttavia il simbolismo richiama ad una primordialità femminea e selvaggia.

A Roma con i serpenti sotterranei
Giunone Sospita
Il nome italiano “cobra” proviene dal latino colubra, che guarda caso, significa “femmina del serpente”. A Roma e in tutto il Lazio vi furono diversi culti a riguardo, come quello di Giunone Sospita a Lanuvio e quello di Bona Dea sull’Aventino. Il primo era molto simile a quello delfico: Giunone era impersonata da un grosso serpente che viveva in una caverna e in primavera le fanciulle vergini gli offrivano una focaccia per propiziare un buon raccolto venturo.
Il secondo era dedicato a Bona Dea, altra divinità tellurica molto antica anch’essa legata alla vegetazione e ai culti misterici femminili, le cui sacerdotesse a quanto pare si univano sessualmente al serpente per rievocare un’antica leggenda narrata da Macrobio in cui Bona Dea si congiunge con Fauno sotto le sembianze di un serpente.

I veri serpari
La lista delle dee-serpenti potrebbe continuare per molto ancora, pensiamo ad Angizia tra i Marsi, Ancaria tra i Piceni, Vanth tra gli Etruschi, Corchen in Irlanda, Janguli in Tibet, ecc…  senza poi contare le varie ninfe a volte pesce e a volte serpi come Melusina, che in epoca medievale facevano ancora parlare di sé.
Una cosa è certa: il culto del serpente divenne nei millenni qualcosa di veramente forte, inattaccabile e sentito da tutti. Per questo motivo il nascente patriarcato fece di tutto per indebolire la maestosa
San Giorgio e il Drago
potenza di un animale che donava troppo potere temporale alle donne. E così nacquero numerosi miti volti a denigrare e a mettere in dubbio la sacralità del serpente: nelle varie leggende che incontriamo sicuramente è Perseo il personaggio che influenza maggiormente le basi iconografiche. In ben due occasioni egli ha la meglio su rettili mitologici: una volta libera Andromeda uccidendo un drago marino; in un’altra uccide Medusa, la Gorgone dai capelli di serpente. Non serve nemmeno sottolineare la similitudine dei nomi di Andromeda e Silene, atti ad indicare elementi della volta celeste che, nel paleolitico, erano attributi propri della Grande Madre. Ancor più precedente a Perseo c’è il babilonese dio Marduk che sconfigge i rettili della dea Tiamat; in seguito troviamo Horus che trafigge il coccodrillo e Apollo che uccide il Pitone sacro di Delfi, impossessandosi del santuario della dea Gea; poi c’è Argo che uccide Echidna; Eracle che, ancora nella culla, strozza i due serpenti mandati da Era; e l’ittita Telepinus, dio dell’agricoltura, che vince sul serpente del caos Illuyankas, ristabilendo l’ordine.
Tuttavia fino a quel punto della storia l’uomo si era semplicemente limitato a mettere in secondo piano la donna-serpente. Invece con l’avvento della Chiesa Cattolica si ha un vero e proprio inasprimento volto alla demonizzazione del culto reptante e alla completa sottomissione della donna. Perciò costruisce a tavolino il mito di Satana che prende le sembianze del serpente ingannatore per soggiogare la sciocca Eva e indurla a disobbedire a Dio. I racconti biblici, poi, sono costellati da ulteriori conferme: abbiamo la leggendaria figura San Giorgio che uccide il drago e infine il recentissimo San Patrizio che scaccia i serpenti dall’Irlanda, metafora per riferisi all’azione cristiana che perseguitò e distrusse tutti i culti magico-religiosi pagani.
E se il messaggio non fosse stato abbastanza chiaro, la Chiesa produce un’immagine a mio avviso aberrante: la Madonna che schiaccia la testa del serpente: ovvero la dea – ormai irrimediabilmente travisata – che distrugge volontariamente il proprio potere divino e rinuncia alla sua grandezza ancestrale per una vita oppressa e asservita.
Figure come il Basilisco (Re dei Serpenti), Tarantasio o Zilant riecheggiano nel nostro immaginario collettivo come figure mostruose portatrici di sciagure e pestilenze, terribilis creaturis mangia uomini (come il Biscione di Milano), e così via*.
Il risultato a conclusione di una così lunga e martellante opera di convincimento fu che a rimetterci la pelle furono anche i serpenti veri, che a suon di bastonate e altre barbarie indicibili, venivano (e in alcune zone tutt’ora vengono) massacrati in nome di una stupida eredità ottusa e superstiziosa.

Conclusioni
Uroboros
Per nostra fortuna il culto del serpente – così come molti altri culti pagani – non morì mai del tutto, semplicemente si trasformò in questa o in quell’altra tradizione. Nel caso specifico si può portare qualche esempio ben preciso e il più lampant è certamente l’Uroboros: il serpente cosmico che si morde la coda. In forma circolare, esso è la quintessenza e al contempo l’ultima vestigia della grandiosità divina femminile. Il cerchio che forma è da solo l’unità del Tutto; l’utero femminile, il Mondo (pensate all’Arcano Maggiore nei Tarocchi); è la Terra e il Sole al tempo stesso; rappresenta l’eterna ciclicità del divenire (vita-morte-vita), della stagionalità terra-solare e quindi della trasformazione di cui ho parlato prima; è l’equilibrio fatto simbolo e indica la perfezione assoluta della creazione divina.
Insomma, ancora una volta il serpente cambia muta e si trasforma in qualcosa di nuovo pur mantenendo la sua incredibile sostanza primordiale. A dispetto di mele e bastoni.


* Salvo poi scoprire che la Basilicata si chiama così in virtù del Basilisco, e che Tarantasio diede il nome a città come Taranta e forse anche a Taranto (con tutto ciò che contiene: tarantolati e tarantelle). Il che significa che da qualche parte c’era qualcosa di buono da cui prendere spunto. In Araldica, ad esempio, draghi e serpenti sono sempre sinonimi di virtù. Il dubbio è lecito.
 
 
Tratto dal sito Italia Magazine